L’idea di assicurare a tutti un reddito di base ha, ovviamente, numerosi difetti, ma anche un pregio enorme: include infatti il principio secondo cui ogni cittadino è un membro apprezzato della società e ha il diritto di condividere la ricchezza collettiva. Questa convinzione anima i pensatori radicali da cinque secoli, fin da quando la sua tesi di fondo fu delineata per la prima volta da Tommaso Moro nell’opera Utopia. Quell’idea ha guadagnato rinnovata risonanza in questa nostra epoca caratterizzata dalla preoccupazione per come si vanno deteriorando gli standard di vita, per la concentrazione della ricchezza, e per il rischio sempre possibile di una disoccupazione di massa provocata dalle innovazioni tecnologiche.

Per circa mezzo millennio, tuttavia, il reddito universale di base è rimasto poco più di un sogno utopistico che è andato sempre a scontrarsi frontalmente con la dura realtà. Le obiezioni principali sono legate a questioni di principio e di praticità, e possono essere sintetizzate in due domande fondamentali: perché si dovrebbe ricevere un reddito senza fare nulla? Come potrebbe permetterselo la nostra società?

Il caso dell’Alaska
Malgrado tutto, è davvero possibile studiare un modello per un reddito di base che mantenga i suoi principali punti positivi e ne minimizzi i negativi. Di default, potremmo ispirarci a una buona prassi in uso in Alaska da poco più di trent’anni: nel 1976 gli elettori di quello stato approvarono un emendamento costituzionale per la creazione di un fondo di investimento permanente, finanziato dagli introiti dell’incipiente boom petrolifero nazionale. Pochi anni dopo, il Fondo permanente dell’Alaska ha iniziato a fruttare e a ripartire i dividendi tra ogni residente registrato.

A seconda dell’andamento del fondo, nell’ultimo decennio i dividendi annuali sono stati compresi in una fascia tra gli 878 e i 2072 dollari a testa. Si tratta, in tutto e per tutto fuorché nel nome, di un reddito di base universale, pagato a prescindere dal contributo che il singolo dà alla società o dalla ricchezza individuale.

Questo modello non ha innescato una pigrizia di massa generalizzata, come sembrano temere coloro che criticano l’idea stessa di reddito universale. La chiave di tutto sta in un aggettivo: di base. Lo schema, che ha richiesto un sostegno bipartisan, si è dimostrato sempre più popolare ed è ormai definito il «terzo binario» della politica pubblica perché lascia letteralmente folgorato qualsiasi politico che si azzardi a toccarlo. Da un recente sondaggio telefonico è emerso che per gli abitanti dell’Alaska i tre vantaggi principali di questo fondo sono l’uguaglianza di trattamento, l’equità nella distribuzione e l’aiuto che fornisce alle famiglie in situazione di forte disagio economico. Circa il 58 per cento degli intervistati ha aggiunto addirittura che sarebbe disposto a versare più imposte allo stato pur di mantenere in essere il fondo, malgrado l’Alaska sia stata colpita duramente dal calo dei prezzi petroliferi.

Nonostante le sue risorse naturali, l’Alaska non rientra nella classifica dei paesi statunitensi più ricchi in termini di Prodotto interno lordo pro-capite. Eppure, in parte grazie ai suoi dividendi annuali, è uno degli stati con la più grande equità economica e uno dei più bassi tassi di povertà.

Il viaggio di Mr. Zuckerberg
Il mese scorso Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato di Facebook, si è recato in visita in Alaska e ha elogiato proprio i programmi sociali locali, affermando che fungono da «ottimo esempio per il resto del paese».
Al pari di altri imprenditori della Silicon Valley, anche Zuckerberg crede che le nuove tecnologie – tra le quali le automobili senza conducente – stiano per fare letteralmente piazza pulita di migliaia di posti di lavoro. In un mondo siffatto, dice, è dunque indispensabile escogitare un nuovo contratto sociale. Il reddito di base potrebbe essere parte della risposta.

Alcuni sostengono che l’Alaska costituisca un caso speciale, dacché ha appena distribuito i frutti della sua ricca produzione petrolifera. In ogni caso, sarà sicuramente possibile trovare anche altre modalità atte ad assicurare il finanziamento di modelli simili altrove. C’è chi ha proposto una tassa fondiaria e chi sostiene l’opportunità di un’imposta sulle transazioni finanziarie.

Esiste tuttavia un’altra enorme fonte di reddito potenziale, che Zuckerberg conosce fin troppo bene: i dati. Se, come si è soliti dire adesso, i dati sono l’equivalente odierno del petrolio, allora potremmo aver individuato la fonte degli introiti del Ventunesimo secolo. I dati potrebbero fare per il mondo intero quello che il petrolio ha fatto per l’Alaska.

È encomiabile la preoccupazione di Zuckerberg per gli emarginati di una società, come è encomiabile il suo impegno a rendere più forti e unite le comunità. A differenza della maggior parte di noi tutti, egli gode di quell’ascendente personale che aiuta ad affrontare e risolvere i problemi della nostra epoca. Dirige infatti una delle aziende di maggior valore nel mondo, e dispone di un pulpito digitale bell’e pronto dal quale perorare la sua causa direttamente ai due miliardi di utenti globali di Facebook.

Adesso è giunto per lui il momento di dimostrarsi all’altezza delle sue stesse parole e di lanciare quindi un Fondo permanente Facebook che serva a sperimentare un più ampio reddito di base universale. Zuckerberg dovrebbe anche incoraggiare altre aziende di dati come Google a contribuire nello stesso modo.

Reddito in cambio dei (nostri) dati
L’asset di maggior valore che possiede Facebook sono le informazioni che i suoi stessi utenti, spesso inconsapevolmente, cedono gratis prima di essere letteralmente venduti ai pubblicitari. Sembra più che giusto, quindi, che Facebook dia un maggiore contributo alla società, visto che trae profitto da questa risorsa di enorme valore generata dalla collettività.

Gli azionisti di Facebook disprezzerebbero questa idea, ma fin dai primi anni della nascita della sua società Zuckerberg ha sempre affermato che il suo scopo nella vita è quello di fare la differenza, e non quello di limitarsi a fondare un’azienda. Oltre a ciò, un simile gesto filantropico potrebbe rivelarsi anche il colpo grosso del secolo per il marketing. Gli utenti di Facebook potrebbero continuare a scambiarsi foto di gattini sapendo che ogni singolo click li fa contribuire a un bene sociale superiore.

Uno scambio così – informazioni contro reddito di base – è semplice e chiaro, e dovrebbe riscuotere grande successo tra chi lavora nella Silicon Valley alla ricerca di soluzioni. Molti imprenditori del mondo hi-tech nutrono diffidenza nei confronti degli interventi dello stato, ma non c’è una regola che prescriva che soltanto i governi possono adoperarsi per la ridistribuzione della ricchezza. «Dovremmo esplorare idee come il reddito universale di base per dare a tutti una sponda di sicurezza per cimentarsi in cose nuove», ha detto Zuckerberg ad Harvard nel suo discorso per la consegna dei diplomi di laurea a maggio. Hai ragione, Mark. Dai, fai tu un tentativo.

 

fonte: The Financial Times 

 

 

Siamo dentro una bolla. Noi italiani più di altri. A leggere con attenzione i dati del rapporto “Internet in Italia – I Trend del 2017” pubblicato da comScore ci scopriamo provinciali ed egotici. Anche o forse soprattutto nell’uso dei cellulari. Ma andiamo con ordine. Lo studio ci dice cose che in parte sappiamo bene. Cresce la popolazione online in Italia, ma soprattutto aumentano gli italiani che possono definirsi “mobile only”, ovvero che si connettono in rete solo da dispositivi mobili come smartphone e tablet. Ci dice che due minuti su tre online li passiamo su device mobili.

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Quello che non sapevamo è che il traffico via smartphone e tablet è concentrato su determinate tipologie di contenuti, messaggi e social network in testa, e su poche applicazioni: 6 minuti ogni 10 vengono trascorsi su Facebook o WhatsApp. A differenza di quanto accade negli Usa o nel Regno Unito dove da smartphone si accede principalmente a contenuti di intrattenimento, per noi lo smartphone è il punto d’accesso per le piattaforme social. Il livello di concentrazione sia del traffico che delle Audience in ambiente app è ancora più forte: circa il 60% del tempo totale viene infatti trascorso sulle due app più utilizzate (WhatsApp e Facebook) mentre in termini di penetrazione sugli utilizzatori di smartphone tutte le prime 10 App appartengono a Google o Facebook.
Non parliamo di strumenti di intrattenimento neutri. Facebook, Whatsapp, Youtube sono anche piattaforme editoriali. Come suggerisce il clamore legato alla caccia alle bufale sul web, all’interno di questi “mondi” tanto cari agli italiani vengono offerti contenuti con una gerarchia in parte determinata da algoritmi proprietari. Come dire, i contenuti sono presi dalla rete ma l’ordine con cui ci vengono proposti non è interamente deciso da noi. Il rischio è quello dei rimanere intrappolati in una bolla. Parliamo sempre con i nostri amici, prevalentemente di alcuni argomenti e con una certa sensibilità. L’effetto echo chamber è legato alle nostre scelte e all’algoritmo che ci “aiuta” a selezionare e mettere in primo piano solo le informazioni giudicate più interessanti per noi. Il tutto accompagnato da offerte pubblicitarie in linea con le nostre abitudini digitali. Nulla di malvagio, in teoria. Si perde però quella funzione di scoperta che in una fase iniziale è stata attribuita al web. Non scopriamo nulla di nuovo perché restiamo nel nostro. Almeno in Italia. Anzi, soprattutto in Italia. A dicembre nella top 15 troviamo al primo posto Whatsapp con una penetrazione del 93%, segue Google Play al 90 (l’indagine è limitata agli smartphone con Android) poi segue Google search, Youtube, Facebook ecc. Per uscire dai mondi di Google Facebook e Amazon occorre attendere la quattordicesima posizione dove troviamo My Vodafone Italia. Come dire, almeno in Italia siamo sempre là dentro, da quelle parti.

E poi c’è il trend del video. A dicembre 2016 sono stati 28 milioni gli Italiani che hanno visto un video online attraverso il desktop e 18 quelli che hanno dichiarato di farlo con uno smartphone. La crescita delle visualizzazioni da smartphone in Italia (+15% nel 2016) è seconda solo a quella registrata in Germania (+19%). Oggi oltre la metà (55,5%) dei possessori di smartphone italiani dichiara di aver visto un video utilizzando il proprio device, e lo fa con sempre maggiore frequenza: crescono del 34% (da 3,3 a 4,4 milioni) gli utenti che guardano video quasi ogni giorno. Si guarda tanto Youtube sui “piccoli” schermi degli smartphone. E non solo. I più giovani passano metà del loro tempo su desktop a vedere video.

 

 

 

 

A oltre due anni dal lancio di Messenger come piattaforma a sé stante, la consacrazione definitiva si chiama pubblicità: a partire dalle prossime settimane infatti, sul servizio di messaggistica di Facebook compariranno annunci pubblicitari.

A comunicarlo è stata l’azienda stessa in un post ufficiale nel quale spiega che l’esperimento continua, dopo un test portato avanti in Australia e Tailandia, per toccare una piccola percentuale di utenti, questa volta in tutto il mondo.
Le aziende quindi, potranno veicolare annunci per le loro campagne promozionali, che compariranno esclusivamente nella sezione home dell’applicazione, vale a dire non all’interno delle singole conversazioni. Quella, semmai, resta una prerogativa delle imprese che sfruttano servizi chatbot – era aprile del 2016 quando Facebook annunciò l’apertura agli sviluppatori di bot sulla piattaforma – che possono decidere quali contenuti condividere con gli utenti con i quali intrattengono già un rapporto.

La notizia della pubblicità su Messenger, all’inizio del test, fece storcere non poco il naso: in molti hanno sostenuto che avrebbe potuto rendere l’esperienza d’uso decisamente meno naturale. Eppure, un portavoce di Facebook che l’espansione segue l’esperimento promettenteportato avanti all’inizio di quest’anno nei due Paesi su citati. Il resto delle conferme spetterà, come sempre, al pubblico.

Grazie a un accordo con Fox Sports, il social network potrà trasmettere le partite di calcio in streaming sul territorio statunitense.

La stagione 2017-2018 della UEFA Champions League potrà essere seguita in streaming e gratuitamente su Facebook dai tifosi oltreoceano. 

Il social network, che ha raggiunto nelle ultime ore il traguardo di 2 miliardi di utenti attivi al mese, ha concluso positivamente un accordo con Fox Sports , il canale tematico televisivo con sede a Los Angeles. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa britannica Reuters . 

Gli utenti americani del social network di Mark Zuckerberg potranno seguire la coppa europea calcistica più prestigiosa in live streaming a partire da settembre. L’accordo, secondo Reuters , prevede per ora la trasmissione di due partite per giornata durante la prima fase a gironi, quattro gare degli ottavi di finale, e quattro match dei quarti. Gratis. 

I social network da secondo schermo vogliono trasformarsi in primo, sostituendosi alla TV. È infatti nota la volontà di Facebook di trasmettere show originali (a fine estate quelli destinati ai più giovani) o di cui ne ha acquisito i diritti, come testimonia quest’ultimo accordo con Fox. 

Le cifre della collaborazione tra i due colossi dell’intrattenimento non sono state rese note. Le partite saranno trasmesse sulla pagina Facebook di Fox Sports , e c’è da aspettarsi una grande risposta dagli utenti, visti i numeri importanti comunicati dal social in merito alle condivisioni di post durante l’ultima finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. 

Non è il primo accordo che Facebook firma per trasmettere sport con i Live video. Solo il mese scorso ha siglato una partnership con la Major League di baseball per mostrare 20 partite in diretta del campionato di questa stagione. 

Twitter non sta a guardare, infatti ogni martedì trasmette un live show di 30 minuti grazie a un accordo con la Canadian Football League (CFL), con notizie di calcio, interviste ai giocatori e storie sul campionato. Inoltre, il social di microblogging ha firmato un accordo pluriennale con la Major League Soccer americana per la copertura in diretta dei pre-partita di ogni match. 

 

 

 

umberto bertele«Un tempo con un’idea vincente campavano tre generazioni, oggi non è più così, al massimo si tira avanti dieci anni: la vita delle imprese, se non si rinnovano di continuo, è molto più breve di quella lavorativa».

Il professor Umberto Bertelé, tra i fondatori del corso di laurea in Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano, presidente degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del medesimo e autore del libro Strategia (Egea), una bibbia per chi vuol sapere dove andrà il lavoro nei prossimi anni, non è in vena di sconti al sistema Italia. «E perché dovrei» affonda il dito nella piaga, «mi sa dire negli ultimi vent’anni quante grandi imprese siamo riusciti a generare? La nostra storia di maggior successo è la Yoox, che vale in Borsa due miliardi. È cambiato anche il modo di ragionare degli imprenditori, non si punta più a creare dinastie industriali ma ad avere successo per vendere al meglio le loro imprese».

Il nostro vecchio tessuto imprenditoriale quanto è ancora vivo?
«C'è una parte del nostro sistema che ha continuato a crescere, quella che esporta e respira la cultura internazionale. Ma un'altra parte soffre, e non solo per la minore disponibilità di spesa per i consumi. Il fatto che il nostro tessuto produttivo sia per lo più di piccole e medie dimensioni non ci aiuta, perché il cambiamento qui è più lento, dipende solo da quanto sono illuminati il proprietario o l'amministratore delegato, che per la maggior parte dei casi sono restii al cambiamento e spesso sono più interessati a ricevere sostegni pubblici che non a rivoluzionare i loro assetti. Ci sono poi gli zombie, imprese decotte e prive ogni prospettiva futura che vengono tenute in vita con finanziamenti pubblici con la scusa di salvaguardare i posti di lavoro; sprecando risorse che dovrebbero essere dedicate al rafforzamento delle imprese che possono farcela».

Gli italiani sanno come stanno le cose?
«L’italiano medio è confuso, quello colto è preoccupato, ma la necessità di un cambiamento forte non si è ancora diffusa nelle persone. Per scuoterle ci vorrebbe un fatto epocale, capace di spazzare via un intero pezzo dell'economia».

Tipo la chiusura di Alitalia o di Mps?
«Non facciamo nomi, anche perché ai nomi corrispondono le persone e i pericoli maggiori li vedo per le risorse umane, che saranno tutte costrette a riciclarsi se non vogliono essere estromesse dal mercato del lavoro. Le imprese sono costrette a cambiare e chi non si adatta viene accantonato».

Perché gli Usa, da dove sono partite le due grandi crisi economiche del secolo, restano sempre il faro dell’economia mondiale?
«Perché è una società che non ha paura della gente costretta a vivere in strada. La regola è: fallisci in fretta così pui ricominciare. Noi non commettiamo crimini sociali ma eccediamo nel proteggere le realtà esistenti e ci costa troppo. È il modello ultraliberista e spietato che ha consentito agli Usa di riaffermarsi come leader indiscussi dell’economia mondiale grazie alla rivoluzione digitale. È l’eterno miracolo della California».

Il loro rivale digitale è la Cina?
«Sì, anche grazie al protezionismo di Pechino, che è il nodo dello scontro con Trump. Nel digitale, con la scusa del controllo dell’informazione e facilitati da una lingua inaccessibile, la Cina ha bloccato Facebook e Google, permettendo lo svilupparsi di Alibaba, l’equivalente di Amazon, capace in un mese di raccogliere 80 milioni di clienti nel risparmio gestito, e di altri portali, come Tensent, la Facebook cinese».

L’Europa com’è messa?
«Non ha fatto la scelta cinese, a differenza di quanto fece per promuovere l’Airbus. Sul digitale è praticamente inesistente, per di più ha un sistema politico incapace anche di costringere le imprese digitali a pagare le tasse».

Come mai siamo così imbelli?
«Bisogna considerare che ormai le grandi multinazionali digitali hanno una potenza di fuoco economica e a livello di lobby superiore alla maggior parte dei Paesi del mondo, figurarsi dei partiti e della politica. E che i Paesi Ue, facendosi concorrenza fiscale per ospitare le sedi delle multinazionali, aprono enormi spazi all’elusione fiscale».

Esiste la possibilità che l’economia digitale sia una bolla?
«Le capitalizzazioni sono molto alte ma per le principali imprese, per ora, lo sono anche i profitti. Sono digitali ben 5 delle 6 imprese a maggiore capitalizzazione nel mondo: Alphabet-Google, Microsoft, Amazon e Facebook, oltre ad Apple. Del vecchio mondo resiste solo Warren Buffet, che è finanza, non vecchia economia. Non credo allo scoppio di una bolla di dimensioni simili a quelle di inizio secolo, credo piuttosto in un mercato sempre più selettivo».

Quale sarà la prossima frontiera?
«La digitalizzazione sta diffondendosi ovunque, nell'economia e nella finanza, nella formazione, nella sanità e nei servizi, in generale nei nostri stili di vita. Un grande salto di qualità, rispetto all'era dei PC, si è avuto con l'accesso a Internet in mobilità. L'enorme diffusione degli smartphone fa sì che ci siano oltre 2 miliardi di persone perennemente connesse (una cifra che potrebbe raddoppiarsi in poch anni), con un cambio radicale delle modalità di interazione fra persone, fra imprese, fra imprese e persone. Cresce l'ecommerce, con Amazon e Alibaba destinati a scontrarsi frontalmente; cresce la pubblicità digitale con Google e Facebook protagonisti; crescono le piattaforme, quelle di Uber e Airbnb, ma anche le cosiddette "fintech" nell'ambito bancario-finanziario».

Lei è un professore universitario: come prepara i suoi studenti a questo nuovo mondo?
«La sfida più grande è cosa insegnare, ma il problema maggiore non l’hanno gli studenti bensì chi ha già un lavoro, che deve aggiornare la propria formazione di continuo se non vuole perderlo e che corre il pericolo di essere espulso per la maggior convenienza che le imprese spesso hanno ad assumere persone nuove, - che costano meno e hanno una preparazione e una forma mentis più orientate all'innovazione - piuttosto che a riprogrammare quelle in organico. Se il ritmo dell’innovazione continuerà a essere così veloce, le imprese dovranno sempre più offrire a chi opera al loro interno aggiornamenti continui, integrando i servizi generali di formazione acquistati all'esterno con interventi mirati degli interni sui progetti di sviluppo delle imprese stesse».

 

 

fonte: liberoquotidiano.it

MarioVillaniMollare tutto e fare un doppio salto carpiato nel vuoto, al buio. Stracciare un contratto a tempo indeterminato (rarità, oggi, per un under 30), lasciare una posizione rispettata e, soprattutto, uno stipendio da 5mila euro netti al mese. Per fare cosa?

Per avviare una startup di consegna di cibo sano a domicilio in Italia. Con tanta fatica e zero certezze su un ipotetico successo. Ma tant’è: questa è la storia di Mario Villani, 28enne, barese.

Un ex cervello in fuga che ha deciso di fare ritorno a casa per mettere a frutto le competenze acquisite all’estero e durante gli anni di studio. E che da tre settimane ha lanciato Nutribees, diventando imprenditore di se stesso. “Il nostro  è il Paese più bello del mondo – confessa – e io volevo costruire qualcosa di mio, qui”.

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Mario si laurea nel 2013 in Amministrazione e Finanza in Bocconi. Voto, 110. Un lavoro lo ha già: è nella sede milanese di una delle “Big Four”, la società di consulenza KPMG. “Dopo un paio di settimane mi sono accorto che non faceva per me. In teoria mi occupavo di revisione contabile delle banche, nella pratica controllavo che le fatture fossero corrette e facevo fotocopie”. Così inizia a guardarsi intorno. Grazie all’Università invia la propria candidatura a Rocket Internet, un’azienda tedesca che si occupa di esportare modelli di business, attraverso delle startup, in tutto il mondo. “Avevo voglia di vedere cosa ci fosse fuori dall’Italia. L’esperienza all’estero mi esaltava, specialmente in Asia, per cui ho sempre avuto un debole”. Detto, fatto. Ad agosto, con la laurea fresca fresca, parte per Giacarta, in Indonesia. “Doveva essere uno stage retribuito di tre mesi, sono rimasto via dall’Italia per quattro anni”.

 

Dopo i primi tre mesi, viene assunto a tempo indeterminato. “A scadenza regolare mi cambiavano di ruolo e mi promuovevano. Sono arrivato a gestire il magazzino in Indonesia. Un giorno mi hanno detto: ‘Qui hai fatto bene, ci serve qualcuno a Singapore’”. Mario si trasferisce e diventa senior manager operations. Sotto di sé ha cento persone da gestire. Dopo un anno, però, si licenzia ed entra nella startup di consegna di spesa a domicilio Honestbee. Qui è capo dipartimento per le operazioni di Singapore. E il suo salario aumenta. “Prendevo fino a quattro volte di più di chi ricopre lo stesso ruolo in Italia”. Va detto che Singapore, secondo la classifica dell’Economist Intelligence Unit, risulta essere da quattro anni la città più cara al mondo. È anche vero, d’altra parte, che la BBC ha meglio contestualizzato la situazione della città-stato asiatica, ridimensionandone il costo della vita.

Nonostante la posizione lavorativa invidiabile, però, Mario comincia a mettere in dubbio la propria vita in Estremo Oriente. “Sono posti ideali per una vacanza, ma se ci vivi ti accorgi che non c’è sostanza. Singapore è una città falsa, costruita da zero, che è nata e si è sviluppata come polo logistico e finanziario. Non c’è una cultura reale”.

A questo si aggiungono i ritmi lavorativi pressanti: 13-14 ore in ufficio nei primi 4-5 mesi delle nuove occupazioni, che scendono a 9-10 ore quando il carico, sia a Giacarta sia a Singapore, si stabilizza. Così, verso la fine del 2016, Mario pensa al ritorno. “In quel periodo mi sentivo con un mio amico ed ex collega di università, Giovanni Menozzi. Un suo familiare aveva avuto un grave problema di salute, che l’ha costretto a seguire un’alimentazione corretta. Giovanni, da fuori, ha toccato con mano i benefici di uno stile nutrizionale sano e in più abbiamo constatato che un servizio del genere, in Italia, non esisteva. Tra gennaio e marzo abbiamo buttato giù le basi di quello che volevamo realizzare. E ora eccoci qui, con la startup online e operativa da inizio giugno”.

 

Nutribees si occupa di consegnare cibo sano e personalizzato a domicilio. Il cliente, accedendo alla piattaforma, ha due opzioni: se possiede già un proprio piano alimentare redatto da un nutrizionista, lo può inoltrare; oppure può compilare un test sulle proprie abitudini in cucina. Un algoritmo, messo a punto dalla nutrizionista Anna Villarini, stabilisce di cosa ha bisogno. A questo punto un team di cuochi prepara i piatti, conservati secondo tecniche che ne mantengono i principi nutritivi, che vengono spediti a casa. “Il servizio si rivolge alle persone che vogliono stare meglio attraverso un’alimentazione sana e gustosa – spiega Mario – Al momento abbiamo fatto un investimento che ci garantisce un’operatività di 7-8 mesi. Stiamo cercando investitori e partner strategici. Contiamo di generare profitti e di assumere altre persone. È un modello di business con costi fissi molto bassi e tutti gli investimenti che faremo saranno destinati a migliorare il servizio”.

Licenziarsi, chiudere tutto e andarsene da Singapore non è stato facile. “Ho impiegato un paio di mesi per decidere se tornare o se rimanere. Ci è voluto un bel po’ di coraggio. Alla fine però sono soddisfatto della scelta: fare qualcosa di mio mi gratifica di più. Anche se, lo devo ammettere, lo stress è tanto. Soprattutto per quanto riguarda il futuro della startup”.

E l’Italia? “Quando ero all’estero ho sempre difeso il mio Paese, che è il più bello del mondo. È vero, ci sono cose che non funzionano, come l’eccessivo peso della burocrazia. Ma i cambiamenti si ottengono stando qui, cercando di migliorare le cose anche in piccolo. Certo, se Nutribees avesse successo, sarei il primo a dire di esportarla in Sudamerica. Salvo poi, dopo qualche anno, ritornare in Italia”. Con buona pace di chi pensa che questi giovani italiani pieni di risorse sarebbe “meglio non averli tra i piedi”.