Come è stato scelto il colore della più grande "piazza" online? Quali sono i colori più diffusi sul web? Quali quelli che ci fanno aumentare l'appetito, ridurre l'aggressività o svuotare il portafoglio? Tutto quello che vorreste sapere sul lato nascosto della tavolozza.

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Che effetto farebbe la home page di Facebook in un altro colore? Giudicate voi stessi... Abbina il giusto logo ai suoi colori: divertiti con il quiz dei bottoni sul web
Non è esattamente come andare al mare, ma se trascorrete davanti al computer la maggior parte della giornata, è il blu il colore che vi riempie di più lo sguardo.

Nei 10 siti più popolari del web, le sfumature di blu e azzurro sono praticamente il doppio di quelle di giallo e di rosso, e quasi il triplo di quelle verdi. Lo ha scoperto in una sua indagine il graphic designer Paul Hebert, confermando un fatto noto da tempo: il blu è il colore che domina su Facebook, Twitter, Google, Tumblr, Skype, LinkedIn, Wikipedia, e l’elenco potrebbe continuare.

Quando deve spiegare l’origine dell’ormai inconfondibile blu Zuckerberg, il creatore di Facebook racconta un aneddoto personale: qualche anno prima di fondare il social network, avrebbe scoperto di avere una forma di daltonismo che lo rende insensibile al verde e al rosso. «Il blu è il colore più ricco per me» dichiarò in un'intervista al New York Times «riesco a vederlo bene, nella sua interezza».

La scelta del "papà" di Facebook si è rivelata un colpo di fortuna, ma solitamente il processo di selezione dei colori per il lancio di un nuovo prodotto, online o sugli scaffali dei supermercati, richiede analisi più complesse. I consumatori impiegano circa 90 secondi per elaborare un giudizio su un marchio e poiché la vista è il senso più sviluppato negli esseri umani, il 90% dell’attenzione che riserviamo a un logo è catturata dal suo colore.

Rilevazioni elettroencefalografiche (EEG) effettuate su persone intente a esprimere una preferenza di colore hanno mostrato come l'attivazione cerebrale in risposta al proprio colore preferito (o a quello che attira di più lo sguardo) avvenga ancora prima che rivolgiamo consciamente la nostra attenzione su un marchio o un oggetto. La tonalità di un prodotto in commercio, in altre parole, colpisce il nostro cervello prima ancora che decidiamo di guardare quella merce.

Ma quali emozioni comunicano i vari colori? Perché gli interni e il packaging di Mc Donald's e Burger King sono dominati dal rosso, mentre le nuove banche tendono a scegliere il giallo o l'arancione? Quali sono i colori che ci spingono a comprare? Lo scopriremo nelle prossime pagine.

Nel 1999 alcune zone di Glasgow, in Scozia, furono abbellite con file di lampioni a luce blu per l'illuminazione notturna. Da allora, i crimini nelle aree illuminate a nuovo sarebbero, secondo fonti locali, sensibilmente calati. Lo stesso esperimento fu tentato, nel 2005, in alcuni quartieri della prefettura di Nara, Giappone: il risultato? Furti, rapine e aggressioni sono diminuite del 9% nelle strade illuminate di blu, tanto che dal 2009 LED di questo colore sono stati sistemati anche in molte stazioni ferroviarie nipponiche, con l'intento di ridurre i tentativi di suicidio.

Un modo economico per ridurre la criminalità? Sfruttare la cromoterapia, e i benefici delle luci blu. Photo credit: B.Bubble, Flickr.

Il blu, spiegano gli esperti, evoca sicurezza, affidabilità, serenità: l'effetto benefico sulla vita notturna potrebbe essere spiegato così (o con il naturale senso di disagio che si prova a stare sotto a una luce dai colori insoliti). Sono blu le luci notturne all'interno di molti aerei e i corridoi di numerose corsie d'ospedale; qui possiamo trovare anche il verde, che evoca calma, salute, freschezza (ma anche l'idea di natura e rispetto per l'ambiente).

Giallo e arancione stimolano vitalità, positività, gioco e allegria; il viola è legato al concetto di spiritualità e mistero, mentre il nero comunica valore, prestigio, durevolezza e sofisticatezza di una merce: sono neri, o neri e bianchi, molti dei marchi delle eccellenze italiane della moda, come Armani, Gucci, Versace, Dolce e Gabbana.

Sarà più facile fermarsi - e acquistare - in un negozio arredato con toni freddi piuttosto che in uno spazio con le pareti rosse. Questo, infatti, è il colore che più di tutti cattura l'attenzione: il colore dei segnali di stop, del sangue, che accelera il metabolismo, fa aumentare pressione e battito cardiaco e ci mette sul "chi va là": per questo motivo farebbe crescere anche l'appetito, spingendoci a mangiare più velocemente. Vi siete mai chiesti perché il packaging e l'arredo interno di molti fast food e ristoranti cinesi sia di questo colore?

La scelta del "papà" di Facebook si è rivelata un colpo di fortuna, ma solitamente il processo di selezione dei colori per il lancio di un nuovo prodotto, online o sugli scaffali dei supermercati, richiede analisi più complesse. I consumatori impiegano circa 90 secondi per elaborare un giudizio su un marchio e poiché la vista è il senso più sviluppato negli esseri umani, il 90% dell’attenzione che riserviamo a un logo è catturata dal suo colore.

Rilevazioni elettroencefalografiche (EEG) effettuate su persone intente a esprimere una preferenza di colore hanno mostrato come l'attivazione cerebrale in risposta al proprio colore preferito (o a quello che attira di più lo sguardo) avvenga ancora prima che rivolgiamo consciamente la nostra attenzione su un marchio o un oggetto. La tonalità di un prodotto in commercio, in altre parole, colpisce il nostro cervello prima ancora che decidiamo di guardare quella merce.

Ma quali emozioni comunicano i vari colori? Perché gli interni e il packaging di Mc Donald's e Burger King sono dominati dal rosso, mentre le nuove banche tendono a scegliere il giallo o l'arancione? Quali sono i colori che ci spingono a comprare? Lo scopriremo nelle prossime pagine.

Nel 1999 alcune zone di Glasgow, in Scozia, furono abbellite con file di lampioni a luce blu per l'illuminazione notturna. Da allora, i crimini nelle aree illuminate a nuovo sarebbero, secondo fonti locali, sensibilmente calati. Lo stesso esperimento fu tentato, nel 2005, in alcuni quartieri della prefettura di Nara, Giappone: il risultato? Furti, rapine e aggressioni sono diminuite del 9% nelle strade illuminate di blu, tanto che dal 2009 LED di questo colore sono stati sistemati anche in molte stazioni ferroviarie nipponiche, con l'intento di ridurre i tentativi di suicidio.

Un modo economico per ridurre la criminalità? Sfruttare la cromoterapia, e i benefici delle luci blu. Photo credit: B.Bubble, Flickr.

Il blu, spiegano gli esperti, evoca sicurezza, affidabilità, serenità: l'effetto benefico sulla vita notturna potrebbe essere spiegato così (o con il naturale senso di disagio che si prova a stare sotto a una luce dai colori insoliti). Sono blu le luci notturne all'interno di molti aerei e i corridoi di numerose corsie d'ospedale; qui possiamo trovare anche il verde, che evoca calma, salute, freschezza (ma anche l'idea di natura e rispetto per l'ambiente).

Giallo e arancione stimolano vitalità, positività, gioco e allegria; il viola è legato al concetto di spiritualità e mistero, mentre il nero comunica valore, prestigio, durevolezza e sofisticatezza di una merce: sono neri, o neri e bianchi, molti dei marchi delle eccellenze italiane della moda, come Armani, Gucci, Versace, Dolce e Gabbana.

Sarà più facile fermarsi - e acquistare - in un negozio arredato con toni freddi piuttosto che in uno spazio con le pareti rosse. Questo, infatti, è il colore che più di tutti cattura l'attenzione: il colore dei segnali di stop, del sangue, che accelera il metabolismo, fa aumentare pressione e battito cardiaco e ci mette sul "chi va là": per questo motivo farebbe crescere anche l'appetito, spingendoci a mangiare più velocemente. Vi siete mai chiesti perché il packaging e l'arredo interno di molti fast food e ristoranti cinesi sia di questo colore?

Entra, mangia e scappa: il rosso dà una mossa al metabolismo e all'appetito, ecco perché è il colore di molti fast-food. Photo: MTGrizzly, Flickr.

Le divise rosse sembrano dare agli atleti che le indossano maggiori chance di vittoria: alle Olimpiadi di Atene del 2004, chi ha gareggiato nel taekwondo, nella lotta libera e nella lotta greco-romana fasciato in una tuta rossa ha vinto il 55% dei match. Secondo i biologi evoluzionisti questo colore comunicherebbe salute (il bianco sarebbe, di contro, il colore degli anemici) e abbondanza di testosterone: quanto basta per intimorire l'avversario vestito di blu.

Indossato dalle donne, ne aumenta esponenzialmente il sex appeal. Una ricerca effettuata lo scorso anno su 272 consumatori di ristoranti ha evidenziato come gli uomini tendano a elargire tra il 14,6% e il 26,1% di mance in più alle cameriere di rosso vestite. Del resto, anche il colore del piatto non è da trascurare: una cioccolata calda servita in una tazza arancione o color crema - l'ha dimostrato a gennaio una ricerca del Politecnico di Valencia, Spagna - sembrerà più dolce, una bibita servita in una lattina azzurra, più fresca, e un espresso in tazza scura risulterà probabilmente più amaro.

Se proprio devi farti male, assicurati di indossare la tuta del colore giusto. Photo: Toru Hanai/Reuters

Queste conoscenze vengono sfruttate tutti i giorni per farci visualizzare pagine, condividere contenuti e prosciugare le nostre carte di credito online. Il senso di urgenza che comunica il colore rosso, per esempio, cattura subito la nostra attenzione e ci spinge a fare in fretta. Non c'è da stupirsi, quindi, se le icone rosse saranno utilizzate nei web store che stanno vendendo prodotti in saldo.

Il blu, che trasmette affidabilità, sarà spesso utilizzato per le operazioni online sui siti delle banche (dove si usa anche l'arancione, che comunica un senso di svecchiamento e di nuovo), mentre il verde sarà l'ideale per attrarre consumatori attenti all'aspetto ambientale.

Il rosa svuoterà i portafogli delle giovani donne, il nero quello di chi acquista merce elegante e di valore. Icone gialle e arancioni sono spesso utilizzate per richiamare l'attenzione sulle vetrine (reali) e sul web per le icone che invitano a comprare, sottoscrivere un abbonamento o vendere online.

Il colore determina per l'80% la riconoscibilità di un marchio: pensate al rosso e vi verranno probabilmente in mente la "C" di Coca Cola e l'etichetta delle scatole di Lego, ma anche, per rimanere su marchi nazionali, il cavallino della Ferrari, la sigla della Coop o la "S" dell'Esselunga. Se si vuole lanciare un prodotto, un sito o una start-up totalmente innovativa e originale, è preferibile optare per una tonalità di colore poco usata o non immediatamente associabile a un altro brand.

Quando invece si vuole strappare la stessa fetta di pubblico alla concorrenza, si scelgono di solito colori analoghi, magari di sfumature leggermente diverse: pensate al pulsante "share" di Twitter e di Facebook, o alla scelta - ma in questo caso si è trattato di un pesce d'aprile ben architettato - di cambiare l'intero design di Gmail tingendolo di blu (lo scherzetto è stato poi trasformato in un'estensione dedicata al browser Chorme, scaricabile gratuitamente dal Chrome Web Store).

I colori più usati dai 100 brand più popolari al mondo sono blu (nel 33% dei casi), rosso (29%), grigio o nero (28%) e giallo o oro (13%); il 95% delle grandi marche utilizza solo uno o due colori nel proprio logo.

coloriLa scelta del colore di un logo non è mai casuale: in questa guida cromatica sono evidenti le sensazioni evocate da ciascuno. 

Prima di stabilire quali colori scegliere per la propria app, o per un nuovo prodotto da lanciare, è bene individuare il target a cui ci si rivolge. Secondo una ricerca commissionata da KISSmetrics, una piattaforma web americana che si occupa di marketing e analisi statistiche, le donne sul web amano il blu, il viola e il verde, mentre non gradiscono l'arancione, il marrone e il grigio; gli uomini preferiscono il blu, il verde e il nero, ma non amano il marrone, l'arancione e il viola.

Anche la cultura di provenienza influenzerà la percezione del colore: il bianco, il rosso e il giallo, per noi simboli di purezza, passione e vitalità, sono i colori del lutto rispettivamente in Cina, Sudafrica ed Egitto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo spot in onda negli Stati Uniti è pensato per sfruttare la frase di attivazione “OK Google”, ma la casa di Moutain View ha già risolto il problema
Un atto di audace sagacia o un inesorabile boomerang dalla traiettoria incredibilmente facile da prevedere? Il tema è l’ultima campagna pubblicitaria di Burger King negli Stati Uniti: uno spot di 15 secondi pensato per fare leva sui dispositivi Android provvisti della ricerca vocale con “Ok Google”.
Lo spot mostra un impiegato della catena di fast food che per descrivere uno degli hamburger della casa pronuncia la frase di attivazione, per fare in modo che a rispondere al suo posto siano i dispositivi con software Google nelle case degli spettatori.
Nel mirino ci sono gli speaker intelligenti Google Home e tutti gli smartphone Android con l’ascolto attivo anche a schermo spento, che con la frase “Ok Google” prendono vita, ascoltano la richiesta dell’attore in tv (“Che cos’è l’hamburger Whopper“) e la soddisfano leggendo la prima voce scovata dal motore di ricerca, una pagina su Wikipedia probabilmente modificata preventivamente da Burger King per trarre vantaggio della situazione.
La mossa non è piaciuta: prima di tutto ai proprietari dei dispositivi in questione, che si sono visti invasi da un messaggio in grado di superare lo schermo televisivo e infilarsi nell’arredamento di casa o addirittura nello smartphone; in secondo luogo a Google, che si è fatta veicolo di una campagna pubblicitaria altrui, peraltro piuttosto fastidiosa.
Diverse le reazioni: sui social network gli utenti non hanno tardato a far trasparire la propria opinione; lato Wikipedia è partita una corsa selvaggia per modificare la descrizione dell’hamburger aggiungendovi i peggiori ingredienti sulla faccia del pianeta; da parte della casa di Mountain View infine il silenzio: gli sviluppatori si sono limitati ad applicare una pezza riparatrice agli algoritmi di riconoscimento di “Ok Google”, che hanno già smesso di rispondere alle richieste del comando in arrivo dalla pubblicità incriminata.
 
 
 
 
fonte: Wired
 
 
 
 

shenzhenShenzhen si candida a diventare la nuova Silicon Valley, grazie ad un particolare contesto che sta consentendo di raggiungere risultati economici in grado di impensierire i giganti hi-tech statunitensi.

Shenzhen la nuova Silicon Valley. Un accostamento quasi blasfemo fino a qualche tempo fa, ma che oggi racconta come la Repubblica Popolare Cinese stia riuscendo ad accorciare le distanze dagli Stati Uniti nel settore hi-tech. Colossi come Apple, Google e Microsoft potrebbero, in ottica futura, perdere il primato in termini di innovazione.

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Nei 36 anni compresi tra il 1980 e il 2016, il PIL di Shenzhen in termini reali è cresciuto ad un tasso medio annuo del 22%. Un'enormità se si pensa come questa città fosse un piccolo villaggio di pescatori sul finire degli anni '70. Un exploit che è stato possibile anche grazie alle aziende statunitensi, che qui hanno trovato terreno fertile per delocalizzare la produzione hardware.

In tal senso, un esempio lampante è costituito dalla Foxconn. L'azienda taiwanese impiega a Shenzhen oltre 1 milione di lavoratori, impegnati nella produzione di migliaia di modelli di smartphone e tablet, tra cui gli iPhone di Apple. Il primo passo è stato dunque quello di svincolare il concetto di "made in China" da quello di "scarsa qualità".

Non è un caso che Huawei, divenuta il terzo produttore mondiale di telefonia alle spalle di Samsung e di Apple, abbia scelto proprio Shenzhen come sede del proprio quartier generale. L'azienda fondata nel 1987 da Ren Zhengfei, un ingegnere dell'esercito della Repubblica Popolare Cinese, rappresenta l'emblema del secondo passo decisivo compiuto dalla città negli ultimi anni.

Huawei investe il 10% del proprio fatturato annuale nella divisione Ricerca e Sviluppo (dietro Google che raggiunge il 15% e davanti ad Apple che è al 3,5%), dimostrando come le realtà cinesi siano riuscite a compiere lo step successivo, passando da semplici produttori ad aziende in grado di innovare tanto quanto i giganti statunitensi.

Basti pensare all'aumento del numero di brevetti in ambito tecnologico registrati in Cina che, all'inizio degli anni 2000, era distante anni luce dagli Stati Uniti, alle spalle anche di Francia e Gran Bretagna, mentre adesso ha praticamente raggiunto il Giappone e si appresta ad insidiare il Paese a stelle e strisce.

Entrando nel dettaglio, Shenzen è la città cinese dove, in percentuale, viene depositato il più alto numero di brevetti, mettendosi alle spalle anche la capitale Pechino. Del resto, qui si spende oltre il 4% del PIL in ricerca e sviluppo, il doppio della media continentale. Nel Nanshan, il distretto che ospita 125 imprese quotate con un valore di mercato complessivo di 400 miliardi di dollari, si tocca anche il 6%.

Non è tutto rose e fiori, ovviamente. Per poter raggiungere questi risultati, si è dovuto creare a Shenzhen un particolare contesto che, in qualche modo, favorisse gli investimenti da parte delle aziende straniere, che di fatto hanno avuto un ruolo fondamentale per la crescita esponenziale degli ultimi anni.

Tutto questo è descritto in maniera efficace nel libro "Learning from Shenzhen", scritto da Mary Ann O'Donnell, Winnie Wong e Jonathan Bach. Un testo che spiega come la crescita economica della città sia stata possibile soprattutto per una gestione retroattiva delle leggi, la vera chiave di volta di tutta la questione.

Viene spiegato infatti come, all'inizio degli anni '80, siano arrivati i primi investimenti stranieri, spinti dalle condizioni fiscali favorevoli offerte dal governo. Solo successivamente è stato creato il quadro giuridico per giustificare, in termini legali, l'ingresso di questi fondi. Una pratica che ha consentito nel tempo a Shenzhen di potersi configurare come terreno fertile per l'entrata di ingenti capitali.

Una pratica, questa dell'ingresso dall'esterno, che viene applicata anche in ambito universitario. Shenzhen infatti, a differenza di Pechino, conta pochissime Università. Nonostante questo, la quota di laureati presenti in città è superiore a quella della capitale cinese, evidentemente collocati nel settore hi-tech.

Basti pensare ad Honor, azienda del gruppo Huawei, dove il 60% dei lavoratori sono appena laureati e hanno una media di 23 anni. Occorre anche ricordare il programma Seed for the Future, con il quale Huawei si è impegnata ad offrire corsi di alta formazione a circa duemila studenti europei nei prossimi cinque anni. Uno sguardo particolare dunque verso la specializzazione.

A tutto questo vanno aggiunte le condizioni lavorative degli operai, che inevitabilmente abbassano i costi di produzione. In tal senso, la cronaca spesso ci ha raccontato di episodi al limite. Anche in questo caso, una dimostrazione concreta è rappresentata dalla Foxconn, spesso oggetto di polemiche in relazione ai ritmi di lavoro per l'assemblaggio degli iPhone. Ma gli esempi potrebbero essere molteplici.

Shenzhen rappresenta dunque un po' tutte le sfaccettature della Repubblica Popolare Cinese, dove spesso la modernità e l'innovazione si scontrano con contraddizioni in essere. Se la crescita dovesse però continuare su questi ritmi, non sarà più blasfemo parlare della nuova Silicon Valley in Cina.

 

 

google verificatedSaranno mostrate informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione

Arrivano uno via l’altro, gli annunci sugli strumenti che tentano di arginare la disinformazione online. Ieri la guida di Facebook per riconoscere le notizie false, oggi Google con l’etichetta Fact Check, disponibile sia su Google News che nel motore di ricerca, a livello globale e in tutte le lingue. A ottobre, insieme ai partner di Jigsaw, Google aveva annunciato che in alcuni Paesi avrebbe iniziato a consentire agli editori di mostrare l’etichetta “Fact Check” in Google News. Questa etichetta consente di identificare in modo più immediato gli articoli di verifica dei fatti.

“Dopo aver valutato i riscontri ricevuti da parte degli utenti e degli editori, abbiamo deciso di rendere disponibile l’etichetta e di estenderla al motore di ricerca”, spiegano Justin Kosslyn (Product Manager, Jigsaw) e Cong Yu (Research Scientist, Google Research). “Per la prima volta, quando viene effettuata una ricerca su Google che restituisce un risultato che contiene la verifica dei fatti di uno o più affermazioni pubbliche, questa informazione verrà chiaramente visualizzata nella pagina dei risultati di ricerca.

Lo snippet mostrerà informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione”.

Alcune specifiche tecniche: per poter usare l’etichetta, gli editori devono utilizzare il markup ClaimReview di Schema.org sulle pagine nelle quali effettuano la verifica di dichiarazioni pubbliche o usare il widget Share the Facts (sviluppato dal Duke University Reporters Lab e Jigsaw).

 

 

fonte: Wired

 

youtubeA partire da ieri 6 aprile, YouTube pubblica gli annunci pubblicitari sui video di un canale solo se questo ha superato le 10.000 view complessive. Nel mirino i canali “fake”

"Se un creatore originale realizza video che meritano, può raggiungere in breve tempo 10.000 visualizzazioni e iniziare a guadagnare dai suoi video". YouTube ha spiegato in questi termini il cambio di regolamento dello YPP (YouTube Partner Program). Fino a ieri, chiunque si iscrivesse al programma di monetizzazione (e contestualmente a Google Adsense) poteva caricare video e iniziare a guadagnare soldi dalla pubblicità che la piattaforma inseriva nel suo canale.

Ora invece YouTube ha varato una policy leggermente più restrittiva: 10.000 visualizzazioni (del canale) come soglia minima prima di poter vedere un solo centesimo di pubblicità. In pratica, solo dopo che un creatore avrà raggiunto le 10.000 view complessive (ossia la somma delle view totalizzate da ciascun video pubblicato), YouTube ne esaminerà ai raggi X il canale, onde accertare che esso non violi il codice etico della piattaforma e iniziare così a inserirvi advertising, pagando il creatore di conseguenza.

YouTube ha motivato la decisione con l’esigenza di tutelare il mercato dei creatori di video dal recente proliferare dei “furbetti” che scaricavano contenuti altrui per poi pubblicarli nel proprio canale, iniziando a guadagnare col programma YPP senza aver prodotto il minimo sforzo creativo, e anzi danneggiando le potenzialità di reddito dell’autore originale. Adesso, chi raccoglie una manciata di visualizzazioni clonando frettolosamente i video altruinon verrà nemmeno preso in considerazione.

 

 

fonte: Dday.it

Sono giorni movimentati per Whatsapp: il lancio delle nuove storie, poi il passo indietro dopo le lamentele di numerosi utenti e infine lo sviluppo della opzione per cancellare i messaggi inviati. Tuttavia la novità più importante deve ancora arrivare come ha rivelato Reuters.

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L'agenzia di stampa britannica ha avuto accesso a un documento interno alla compagnia nel quale i dirigenti di Whatsapp cercano di dare una risposta a una domanda che si fanno fin dall'inizio: come rendere redditizia l'applicazione?

Secondo quanto spiega Reuters, Whatsapp ha in mente di consentire ad alcune aziende la possibilità di inviare messaggi pubblicitari ai milioni di utenti che ogni giorno utilizzano l'applicazione. È una manovra delicata e per questo la compagnia sta cercando la maniera migliore per introdurre la pubblicità per evitare che possa essere percepita come spam.

 

Fonte: huffingtonpost