Oltre la metà degli universitari della Penisola sono fermi a un livello “basic” quanto a utilizzo di Internet e social media, mentre il 60% delle studentesse non dispone di competenze digitali specifiche. L’innovazione digitale è considerata il principale motore del cambiamento (più di green economy e globalizzazione) ma in modo non omogeneo fra Nord e Sud. Solo il 30% degli Hr manager italiani, infine, ha confermato di avere già avviato un piano formativo per sviluppare nuove competenze. Il quadro, decisamente con più ombre che luci, emerge dalla seconda edizione della ricerca «Il Futuro è oggi: sei pronto?», condotta da University 2 Business, società del gruppo Digital360.

Lo studio ha coinvolto un campione di oltre 2.600 studenti di tutta la popolazione universitaria del nostro Paese e un panel selezionato di 168 direttori del personale con l’obiettivo di approfondire e confrontare la percezione delle due componenti oggetto di indagine (studenti da una parte e responsabili delle risorse umane dall'altra) sugli impatti e gli effetti della trasformazione digitale nel mondo del lavoro, nell’economia e nella società.

Il quadro che ne è scaturito, come già detto, è tutt’altro che incoraggiante, a maggior ragione se consideriamo che due terzi degli universitari italiani ritiene le «skill digitali», congiuntamente alle esperienze imprenditoriali, un elemento importante per trovare lavoro. La maggioranza dei ragazzi (il 53% per la precisione) questo il dato forse più sorprendente, non va oltre lo “status” di semplice utilizzatore di Internet e di Facebook e simili. Solo uno su dieci gestisce un proprio blog o sito Web e dichiara di conoscere strumenti avanzati quali Seo/Sem o Google Adwords ed appena una minoranza è informata sulle nuove professioni del digitale come il social media specialist (lo conferma il 25% del campione) il data scientist (si sale al 38%) o il Seo Specialist (per il 34%). La maggioranza, inoltre, non è invece al corrente di tematiche come la «sharing economy» e non sa definire una «benefit corporation».

Per contro circa il 12% degli studenti ha già avviato o sta per avviare una startup ma è molto indicativo il fatto che, del 30% di studenti universitari italiani che sa programmare o sta imparando a farlo, solo una minima parte (il 15%) abbia sviluppato queste competenze in università. In due casi su due, infatti, la prima fonte di apprendimento è la Rete, attraverso YouTube, blog e siti.

È quindi uno scenario dalle evidenti “contraddizioni” quello che fotografa il rapporto dei giovani con il digitale, nella più ampia accezione di questo termine. Se la mancanza di preparazione descritta dallo studio riflette anche un problema di genere (le studentesse hanno minori competenze specifiche rispetto ai colleghi maschi e minore propensione imprenditoriale) è all'interno delle aziende che le criticità si fanno più acute.

Le imprese italiane, in estrema sintesi, non appaiono ancora pronte ad abbracciare in toto la rivoluzione digitale sebbene direttamente dagli Hr manager arrivino segnali incoraggianti, vedi l’accresciuta consapevolezza del proprio ruolo nella gestione della trasformazione legata alle nuove tecnologie. Una maggiore consapevolezza che traspare anche dal profilo delle nuove figure da inserire in azienda, considerato il fatto che nella ricerca di profili senior con 3/5 anni di esperienza lavorativa, le competenze digitali sono ritenute fondamentali o molto importanti dall'81% dei manager del personale, mentre quelle imprenditoriali sono valutate meno strategiche.

Solo il 20% delle organizzazioni censite dal rapporto, però, ha già realizzato una mappa delle competenze digitali/imprenditoriali dei propri dipendenti, mentre appena un terzo ha costruito un piano formativo ad hoc per lo sviluppo di queste competenze.

Alle buone intenzioni, questo in buona sostanza l’assunto a cui è giunto Andrea Rangone, Ceo di Digital360, non corrisponde una precisa volontà di prepararsi concretamente per affrontare la sfida del digitale. Una reticenza che viene manifestata, come testimoniano i numeri, non solo da una buona parte degli studenti ma anche dagli Hr manager.

«Due terzi dei responsabili delle risorse umane – aggiunge in proposito Rangone - evidenziano un impatto atteso della trasformazione digitale sulla propria azienda nei prossimi tre anni ben superiore a quello che si è verificato nell'ultimo triennio. Sono però ancora pochi coloro che mettono in atto azioni concrete per diffondere una cultura digitale e imprenditoriale nelle proprie aziende». E là dove qualcosa si sta facendo, spesso non si va in profondità: le principali azioni attivate per sviluppare le competenze digitali nelle aziende italiane sono, nel 53% dei casi, iniziative di sensibilizzazione gestite tramite reti intranet o campagne di comunicazione, corsi di formazione spot e workshop sull’innovazione.

C'è un italiano in Silicon Valley che, in un mondo di post verità, ha appena venduto la sua startup di video giornalistici di qualità. Partito dalla Costiera Amalfitana con in tasca 600 dollari e un solo mantra: «Voglio farcela», in cinque anni ce l'ha fatta davvero. Adriano Farano, 37 anni, di Cava de’ Tirreni, ex giornalista, ha creato a Menlo Park nel 2012 Watchup, un'App che reinventa il concetto di telegiornale, restituisce valore a un'informazione di qualità e combatte le fake news.

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Ha conquistato investitori privati e industriali (dall'ex direttore del Wall Street Journal a Microsoft e Cnn) e oggi alle 15, ora italiana, ha annunciato la sua exit. La cifra non è stata comunicata ma si tratta di un'exit milionaira. Watchup è stata acquisita da Plex, un'App per lo streaming di contenuti multimediali, presente nella top ten delle più usate degli Stati Uniti (fonte Roku ). Si tratta di un'operazione che include sia contante sia azioni. Farano resterà in azienda con il nuovo ruolo di Head of Content. Nella trattativa, ha poi ottenuto che tutto il suo team passasse alla nuova società con un aumento di stipendio che, in alcuni casi, tocca il 50 per cento.

«La exit è un po' il santo Graal della vita di un imprenditore. Ti senti come alla fine di una maratona. È un'esperienza bellissima: insegna che tenacia e passione premiano sempre. Se credi in un'idea e sei pronto a tutto per realizzarla, prima o poi, qualcosa succede», racconta Farano.

Sembra una favola ma è una storia vera. «Secondo i dati di Fortune, in Silicon Valley solo una startup su 300 riesce a raccogliere finanziamenti. Di queste meno del 10% riesce a fare un'exit». Gli italiani che ce l'hanno fatta si contano sulle dita di una mano. Nessuna exit, prima di di Farano, nel settore news. Ex bambino prodigio, folgorato dalla passione per il giornalismo a 9 anni, nel 2001 Farano è gia all'estero. Va a Strasburgo per un Erasmus e crea Café Babel, un giornale online tuttora presente in 35 città europee. Entra in contatto con l'Ambasciata americana a Bruxelles, che gli offre un viaggio in Silicon Valley. Qui conosce il capo della Fondazione Knight che gli parla della Knight Fellowship, una borsa di studio di Stanford che dà a 20 giornalisti, scelti in tutto il mondo, la possibilità di lanciare un progetto sperimentale per rinnovare i media. Farano partecipa e vince. È l'unico italiano. Terminata la borsa di studio e ormai innamorato di questa parte di mondo, decide di restare. 

Lancia Watchup, crea un team, bussa alle porte di migliaia di investitori. «La più grande difficoltà per una startup non è l'exit, ma è raccogliere il primo mezzo milione di dollari. Arrivato in Silicon Valley non ero nessuno. Ho contattato più di 1.000 investitori. Di questi solo 100 mi hanno fissato un appuntamento. In 89 mi hanno detto: «No grazie» e solo 11 mi hanno fatto un assegno. In Silicon Valley ci sono moltissimi Angel Investor, il cui motto è «Spray and Pray»: suddividi il tuo investimento in tante iniziative e prega che almeno una di queste abbia successo. Nel mondo delle startup, un'exit porta un investitore a moltiplicare di almeno 5-10 volte il capitale investito.

Come siete arrivati a questo traguardo? 
«Un anno fa abbiamo lanciato Watchup sulla Apple tv. Questo ci ha dato visibilità. Alcune grandi aziende hanno iniziato a cercarci. Negli Stati Uniti è in atto una rivoluzione in soggiorno: sempre più gente rinuncia alla Tv via cavo e sfrutta lo streaming. Oltre a Netflix, molti player si stanno buttando nel settore». Farano non fa il nome di Amazon, ma la sensazione che abbia trattato anche con Jeff Bezos è netta. «Avevamo corteggiatori più forti ma abbiamo scelto Plex perché è una società piccola con un enorme potenziale. Ha 10 milioni di utenti che passano sull'App 14 ore a settimana, più del doppio del tempo passato dagli utenti su Facebook. E rappresenta il dopo Netflix». 

«Fare un' exit è come fare fundraising. In un caso prendi un assegno e rivedi solo periodicamente gli investitori, nell'altro li sposi, ma la strategia è la stessa. Non è stato facile. È stato un periodo molto intenso, caratterizzato da una forte pressione. Per sei mesi ogni settimana ho preso un volo per New York o per Seattle. E tutto questo si è intrecciato con la nascita del mio terzo figlio. Ma amo costruire. E tornerò a fare l'imprenditore. Rientrare in Italia? Mi piacerebbe, ma da lontano vedo un Paese impantanato. Ha potenzialità straordinarie ma il sistema tarpa le ali di chi vuole innovare che spesso, come nel mio caso, è costretto ad espatriare. La Silicon Valley è a tutti gli effetti un'isola felice in un'America che sta voltando le spalle al suo DNA fondato sui concetti di apertura e libertà».

Cosa insegna la tua storia ai più giovani? 
«Se guardo indietro, vedo la mia storia come un insieme di eventi concatenati. Come in natura, ci sono onde ed energia che collegano tutto, così accade nelle nostre vite. Ho messo energia e passione in quello che ho fatto e le cose si sono sviluppate quasi per magia, da sole. Ricordi la teoria dei puntini di Steve Jobs? Nella vita esiste un disegno, bisogna crederci, guardarsi indietro e cercare di unire i puntini. Duro lavoro e tenacia premiano sempre. Soprattutto se ci aggiungi un tocco di creatività italiana e - nel mio caso- di sana passione partenopea. A patto però di rispettare la regola non scritta che governa la Silicon Valley: no asshole». Che in altre parole vuol dire: cambiamo il mondo sì, ma senza fare gli “stronzi”.

 

Fonte: IlSole24Ore 

 

 

 

Il Piano Industria 4.0 confluisce in Legge di Bilancio solo a metà: ci sono gli incentivi per le imprese, mancano i competence center. Il capitolo lavoro resta da costruire. Facciamo il punto sullo stato di avanzamento del piano, fra misure annunciate, norme inserite in manovra, operatività.

Misure per il rilancio degli investimenti delle imprese, competenze, lavoro, governance: sono i punti chiave del piano Industria 4.0 del Governo, in gran parte confluito inLegge di Bilancio 2017, che si accompagnano con altre misure che devono assicurare e implementare le infrastrutture abilitanti, a partire da banda larga e standard di interoperabilità. Facciamo il punto, tenendo presente che il piano è stato presentato dal ministero dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, e dall'ormai ex premier, Matteo Renzi, nello scorso mese di settembre, e con l'impegno, mantenuto solo in parte, in inserirlo nella manovra economica. Di fatto, nella legge finanziaria ci sono tutti gli incentivi annunciati per le imprese (investimenti, ricerca e sviluppo, nuova finanza, start up up), e solo in parte le misure relative alla formazione delle competenze (le risorse per i competence center sono inferiori al previsto, e manca ancora l'individuazione ufficiale di questi centri di eccellenza intorno ai quali si dovranno sviluppare i poli innovativi industria 4.0. Sul fronte della Governance, è stata istituita una cabina di regia, delle cui attività al momento non ci sono notizie. E la parte relativa al lavoro si risolve, per ora, nelle misure sul salario di produttività inserita in manovra. Vediamo i diversi capitoli, fra annunci, norme operative e stato di attuazione.


Investimenti imprese

Come detto, è di gran lungo il capitolo su cui al momento le istituzioni hanno lavorato di più. Tutte le norme annunciate sono effettivamente confluite in Legge di Stabilità, e nella maggioranza dei casi sono già operative. Una panoramica:

  • super e iperammortamento: prorogato per tutto il 2017 il superammortamento al 140% sull'acquisto di macchinari da parte delle imprese. In realtà, gli acquisti di beni strumentali nuovi (esclusi i veicoli) possono essere effettuati entro il 30 giugno 2018, a patto che entro il 31 dicembre 2017 l'ordine sia stato accettato dal venditore e sia stato pagato un acconto pari almeno al 20%. Ma la misura 4.0 è l'iperammortamento (comma 9 legge di stabilità) pensato appositamente per gli investimenti in digitalizzazione, incentivati al 250%. C'è un elenco specifico di macchinari digitali il cui costo di acquisizione è maggiorato del 150% (quindi l'ammortamento è, appunto, al 250%). Le imprese che investono i questi beni, possono anche utilizzare un ammortamento al 140% (quindi, costo di acquisizione maggiorato del 40%), per l'acquisto di software.

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  • Credito d'imposta ricerca e sviluppo: previsto dal comma 15 della manovra raddoppia al 50% il credito d'imposta per gli investimenti delle imprese in ricerca e sviluppo fino al 2020 (prima il termine era il 2019), lo estende a imprese straniere con stabile organizzazione in Italia che stipulano contratti con aziende italiane, aumenta il tetto a 20 milioni di euro (dai precedenti 5 milioni). 
  • Nuova Sabatini (commi 52 e seguenti manovra): proroga al 31 dicembre 2018 per i finanziamenti agevolati alle PMI che acquistano nuovi macchinari. Si tratta di un finanziamento agevolato da 20mila e 2 milioni di euro, con un contributo del Mise che copre parte degli interessi, e la copertura del Fondo di Garanzia. Anche qui c'è una novità in chiave 4.0: il 20% delle risorse è destinato a imprese di micro, piccola e media dimensione per l'acquisto di "macchinari, impianti e attrezzature nuovi di fabbrica aventi come finalità la realizzazione di investimenti in tecnologie, compresi gli investimenti in big  data, cloud computing, banda ultralarga, cybersecurity, robotica avanzata e meccatronica, realtà aumentata, manifattura 4D, Radio frequency identification (RFID) e sistemi di tracciamento e pesatura dei rifiuti". Per questi investimenti, il contributo del ministero è alzato del 30%. Le risorse stanziate: 28 milioni di euro nel 2017, 84 mln nel 2018, 112 milioni all'anno dal 2019 al 2021, 84 milioni nel 2022, 28 milioni nel 2023.
  • Perdite Startup: è una misura di finanza per l'innovazione contenuta nel comma 76 della manovra. Prevede che le startup possano cedere le perdite a una società che abbia una partecipazione pari almeno al 20% e sia quotata in un mercato regolamentato. Le perdite sono solo quelle relative ai primi tre esercizi, e vanno cedute entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi. La società ha un vantaggio fiscale, rappresentato dal fatto che le perdite vanno in diminuzione sul reddito complessivo del periodo d'imposta e, per la differenza nei successivi, che rappresenta il "prezzo" della cessione, da pagare alla startup cedente.
  • Equity crowdfunding: la possibilità di raccogliere capitali di rischio attraverso portali online è estesa alle PMI innovative (comma 70).
  • Investimenti in startup: Detrazione fiscale al 30% fino a 1 milione di euro, la quota deve essere mantenuta per almeno tre anni, rispetto ai precedenti due. L'INAIL può sottoscrivere quote di fondi destinati allo sviluppo di startup, oppure partecipare direttamente al capitale, anche insieme ad altri soggetti pubblici e privati, italiani e stranieri (comma 82).
  • Visto investitori (comma 148): è un permesso di soggiorno destinato a investitori stranieri in titoli di stato (almeno 2 milioni di euro, per un minimo di due anni), quote di imprese per almeno 1 milioni di euro, o 550mila euro nel caso di startup, oppure che effettuino una donazione filantropica di 1 milioni di euro in un progetto di pubblico interesse.

Nella quasi totalità queste misure sugli investimenti imprese (ammortamento, credito d'imposta, Sabatini, perdite startup) sono già operative, non necessitando di ulteriori provvedimenti attuativi. Come detto, la parte del piano relativa agli investimenti imprese è la prima a decollare.

Competenze

Fra i punti qualificanti del piano presentato in settembre, c'è la creazione dei competence center. In pratica, hub dell'innovazione che devono svilupparsi intorno a quattro o cinque università, che erano state è precisamente indicate: politecnici di Milano, Torino e Bari, Sant'Anna di Pisa, Università di Bologna, Il polo delle tre università del Veneto, Federico II di Napoli. Per ora, però, non sembra sia successo niente. Sui competence center, l'unica misura inserita in Legge di Stabilità (comma 115) è uno stanziamento di 20 milioni per il 2017 e 10 milioni per il 2018, da destinare alla formazione di centri di competenza ad alta specializzazione, nella orma del partneriato pubblico-privato, per "promuovere e realizzare progettidi ricerca applicata, di trasferimento tecnologico e di formazione su tecnologie avanzate nel quadro di interventi connessi al Piano nazionale 4.0.

Molto poco rispetto sia alle cifre di cui si era inizialmente parlato (100 milioni per i competence center), sia agli obiettivi. Secondo la presentazione del piano, i competence center devono prevedere un forte coinvolgimento delle università e di grandi player privati, polarizzazione su ambiti tecnologici specifici, dotarsi di modelli giuridici e competenze manageriali, e avere una mission precisa in ottica industria 4.0 anche sul fronte del coinvolgimento del sistema produttivo e del coinvolgimento di centri di competenza europei.

Il piano punta anche sulla formazione di digital innovation hub, più concentrati sulle imprese, con un ruolo importante di Confindustria e Rete Imprese Italia. Qui, la palla è quindi alle associazioni industriali.

Ci sono una serie di iniziative in manovra destinate a finanziare centri di eccellenza. In particolare, viene istituito un "Fondo per il finanziamento dei dipartimenti universitari di eccellenza", che deve alimentare progetti innovativi con particolare riguardo a Industria 4.0 (comma 314 legge stabilità). Dotazione: 271 milioni di euro dal 2018. Le risorse sono destinate al finanziamento quinquennale di 180 dipartimenti di eccellenza delle università statali. La legge prevede la formazione di una commissione specifica e regole per le graduatorie. Qui l'attuazione prevede diversi step: un decreto attuativo ministeriale entro il prossimo mese di aprile, stesso termine per la formazione della commissione, termine per la presentazione delle domande da parte delle università 31 luglio, entro fine anno saranno pubblicate le graduatorie. Importo del finanziamento, 1 milione 350mila euro. Previste regole di rendicontazione sull'allocazione delle risorse da parte delle università.

La manovra istituisce poi la Fondazione per la creazione del Polo Human Technopole (nell'area dell'Expo milanese), sui cui c'è anche un decreto della presidenza del Consiglio (16 settembre 2016) che ha istituito il comitato di coordinamento. Risorse: 10 milioni di euro per il 2017, 114,3 milioni per il 2018, 136,5 milioni per il 2019, 112,1 milioni per il 2020, 122,1 milioni per il 2021, 133,6 milioni per il 2022, 140,3 milioni dal 2023.

In legge di Bilancio ci sono poi risorse varie per borse di studio universitarie e assegni di ricerca, ma nulla di specifico su Industria 4.0. Il piano Industria 4.0 prevede, sulla carta, percorsi universitari e istituti tecnici superiori dedicati, e potenziamento di cluster e dottorati, ma per ora si tratta solo di progetti. Ecco le slide del Governo sul capitolo competenze.

Governance

La cabina di regia si è formata, è composta da presidenza del Consiglio, sei ministeri (Economia, Sviluppo Economico, Politiche Agricole, Ambiente, Lavoro, Istruzione e Università), Conferenza delle Regioni, Cassa Depositi e Prestiti, Politecnici di bari, Torino, Milano e Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, rappresentanti di centri di ricerca, imprenditoria, sindacati.

Lavoro

Fondamentalmente, ci sono due misure in legge di Stabilità, il potenziamento dell'incentivo fiscale sui premi di produttività, e una misura di stimolo all'alternanza scuola-lavoro.

Il premio di produttività, con tassazione agevolata al 10%, è alzato a 3mila euro (dai precedenti 2mila), che possono arrivare a 4mila (dai precedenti 2mila 500 euro) nel caso di partecipazione dei lavoratori all'organizzazione del lavoro,  per reddito fino a 80ila euro (prima il tetto era 50mila euro).

Per quanto riguarda l'alternanza scuola-lavoro, incentivo contributivo al 100%, fino a 3250 euro annui, per le imprese che assumono a tempo indeterminato, anche in apprendistato, entro sei mesi dall'acquisizione del titolo di studio, studenti che hanno svolto periodo di alternanza scuola lavoro presso lo stesso datore di lavoro 8per almeno il 30% delle ore previste). Incentivo attivo nel 2017 e 2018, con durata triennale.

Il capitolo lavoro, tema centrale di Industria 4.0, intorno al quale si sono sviluppati i relativi piani in altri paesi (in primis, la Germania), è fra quelli che ancora devono essere costruiti. La mancanza, ad oggi, di misure in tal senso rappresenta una delle principali critiche al piano, da più parti.

Sensibilizzazione

Questo è invece un fronte su cui sono attivi sia il Governo, impegnato in un roadshow italiano di incontri con le imprese, e le associazioni imprenditoriali.

 

 

fonte: AgendaDigitale.eu

 

 

Chi è in cerca di un’idea originale per una sorpresa alla propria amata, sarà sicuramente interessato ad una notizia che sta facendo il giro del mondo e che riguarda da vicino la nostra città: il “Sunday Times”, la rivista inglese che vanta milioni di copie vendute, ha definito il “Musc” di Bruno Acampora il profumo più sexy al mondo.
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E’ la fragranza del momento, definita “Pantry dropping”, letteralmente “da far cadere i pantaloni”. L’articolo in questione ha stilato una classifica dei cinque eau de parfum più raffinati e sensuali, tra i quali spopola il made in Italy e in particolare “Musc”, profumo che da 40 anni non ha mai modificato la sua formula per via della sua intramontabile essenza. Il segreto del suo successo consiste nella sua consistenza terrosa, in cui si mescolano rose e violette appassite dopo una notte trascorsa in una “scollatura voluttuosa” profumata di legno di sandalo.

È possibile provare la fragranza presso il meraviglioso Salotto Olfattivo all’interno del Palazzo Filangieri, gestito da Gabriella Acampora, tappa obbligata per tutti coloro che vanno a caccia dei prodotti più esclusivi della nostra città e soprattutto meta ideale per i nasi più esigenti!

startup i settori piu caldiMaggiori opportunità di investimento, ma anche più exit, più fondi dedicati alle nuove imprese innovative e più hub tecnologici. Lo scenario dipinto da due diversi report resi pubblici a fine dicembre, “State of Startups 2016” del venture capital americano First Round e “The State of European Tech 2016” dell’inglese Atomico Ventures, è estremamente promettente. Per lo meno per le startup che operano negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Sia in Europa che Oltreoceano, in generale, la sensazione dei nuovi imprenditori è quella di un anno terminato all’insegna della crescita e di concreti presupposti per acquisizioni e Ipo nell’immediato futuro. O addirittura, lo pensano il 20% dei founder di startup oggetto di indagine, per la scalata a unicorno. La fiducia, nel caso dei nuovi capitani d’impresa americani, è giustificata dal fatto che, mediamente, un terzo delle aziende hi-tech da loro fondate o gestite ha chiuso almeno un round di finanziamento nel corso dell’ultimo anno, fra operazioni seed e Series A, ottenendo in diversi casi investimenti più corposi di quanto preventivato.

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Nel Vecchio Continente il sentiment degli startupper tecnologici non è molto diverso. La stragrande maggioranza (l’88% degli intervistati da Atomico) si dice sicuro che il 2017 sarà un anno positivo per l’ecosistema delle nuove imprese e oltre il 70% conferma una fiducia crescente nei venture capitalist europei come prima fonte di finanziamento, forti del fatto che il numero di round conclusi nell’ultimo anno supera quota 2.400, contro i 2.077 del 2015. Un altro fattore incoraggiante, fanno notare gli esperti di P101 (venture capital specializzato in investimenti early stage nel settore digitale), è l’espansione degli hub tecnologici in tutta Europa, un fenomeno che dai bacini “storici” di Londra o Berlino si via via allargando a città come Parigi, Stoccolma, Lisbona, Barcellona, Praga e Copenaghen.
Lo stato di salute dell’hi-tech, a livello di startup, è dunque più che buono e lo provano diversi indicatori. Gli investimenti nei settori dell’intelligenza artificiale, dell’Internet of things, della realtà virtuale e dell’hardware di nuova generazione sono saliti negli ultimi due anni, nella sola Europa, a 2,3 miliardi di dollari. Parimenti stanno aumentando le acquisizioni fra Vecchio Continente e Stati Uniti: dal 2011 ad oggi, le scalate di società tech europee ad opera delle varie Apple, Amazon, Alphabet (Google), Microsoft e Facebook sono state oltre una cinquantina, mentre una trentina sono state le exit europee di startup tech (contro le 16 contate negli Usa).
Stando alle rilevazioni di Tracxn, invece, sono i comparti della sicurezza di classe enterprise (le grandi e grandissime aziende) e delle soluzioni informatiche e digitali per il mondo sanitario ad aver raccolto più investimenti dai venture capital su scala globale, con circa sette miliardi di dollari ripartiti più o meno equamente in poco meno di 600 round. In Europa, sempre secondo i dati della società di ricerca indiana, l’operato dei VC ha interessato soprattutto le startup attive nel campo dell’online retail e dell’e-travel, verso cui sono stati destinati rispettivamente 661 e 522 milioni di dollari. Di circa 320 milioni di dollari è invece l’entità dei funding per gli specialisti dell’intelligenza artificiale mentre il volume complessivo di finanziamenti erogati da venture capital nel Vecchio Continente è salito invece oltre quota 18,5 miliardi attraverso 1.600 round.
Le opportunità di crescere, e molto velocemente, quindi ci sono e le hanno sapute cogliere, stando alla sedicesima edizione della “Technology Fast 500 Emea” stilata da Deloitte, anche alcune startup italiane. Fra le 500 società hi-tech che hanno visto aumentare i ricavi più rapidamente negli ultimi quattro anni spiccano infatti di nomi di Beintoo (specializzata in servizi di mobile data, entrata nel ranking al 45esimo posto), Marketing Arena (digital marketing, al 90esimo) e Caffeina (digital creative agency, al al 92esimo). Altri nomi che hanno segnato incrementi del fatturato a tre cifre (dal 200 al 1000 per cento) sono Afinna One, FiloBlu, MotorK Italia, Sardex, EiS, 01s e Crestoptics. Nella classifica generale, dominata dalla Francia davanti al Regno Unito (l’Italia è dodicesima), le aziende del software sono le più rappresentate (271 su 500) mentre la percentuale di crescita cumulativa più alta è appannaggio dei settori hardware (962%), media (644%) e clean technology (471%).


fonte: IlSole24Ore

 

 

google intelligenza artificialeCinquantuno partite vinte e un pareggio: il misterioso giocatore “Master”, che ha lasciato a bocca aperta la community di Go, era AlphaGo di Google.

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C’è da immaginare che i giocatori di Go, a breve, cominceranno a darsi malati. All’inizio dello scorso anno il campione europeo dello storico gioco cinese fu battuto da un software realizzato da DeepMind di Google, la divisione dedicata all’intelligenza artificiale. Anche il 2017 ha seminato il panico tra i giocatori. Questa volta il misterioso giocatore, chiamato “Master” che ha messo in seria difficoltà l’intera comunità di Go online, portando a segno 51 vittorie: la 52esima è stato un pareggio, ma solo a causa della connessione caduta dell’avversario.

In molti sospettavano si trattasse, ancora una volta, di intelligenza artificiale: Ali Jabarin, un giocatore professionista, riportava che lo stesso campione Ke Jie, il giocatore più alto in classifica del mondo, battuto due volte, si fosse detto “scioccato”. “Se non è AlphaGo è comunque un computer”, diceva Jabarin.

E infatti. A uscire allo scoperto è stato direttamente Demis Hassabis, co-fondatore di DeepMind, la startup che Google ha comprato nel 2014, creatrice degli algoritmi che danno vita al sistema di intelligenza artificiale alla base dell’Ia di AlphaGo.

 “Dopo aver giocato con AlphaGo, il maestro Gu Li ha scritto che l’essere umano, insieme all’intelligenza artificiale, sarà capace di scoprire i segreti più profondi di Go”, scrive orgoglioso Hassabis.

“Un aspetto che penso sia importante evidenziare è che gli attuali risultati ottenuti attraverso le reti neurali non sono semplicemente una lineare evoluzione di quanto esisteva qualche anno fa: si tratta invece di una brusca accelerazione. AlphaGo è un esempio esistente oggi di una capacità che gli esperti ritenevano sarebbe stata raggiunta solo tra una decina anni”spiega Enrico Altavilla, consulente di search marketing, su Facebook.

Secondo quanto riportato da un fan che ha tradotto le sue parole su Weibo, il primo in classifica Ke Jie avrebbe ringraziato AlphaGo per lo shock e il terrore seminato, spiegando di essere a conoscenza dell’identità di Master prima degli altri. Secondo quanto riportato da Kotaku, ad ogni modo, la community sembra aver accolto con entusiasmo la scoperta. Almeno, fino al prossimo round.