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bellivCvniL’architetto Mario Bellini è il padre del primo personal computer della storia: il modello «P101» prodotto dalla Olivetti nel 1965 e che verrà riacceso alla Triennale di Milano.

«Il suo amore per il cupo look industriale della Sony diminuì quando, nel giugno del 1981, cominciò a partecipare al congresso annuale del design. Quell’anno lo stile del convegno era lo stile italiano, ed erano stati invitati l’architetto-designer Mario Bellini, il regista Bernando Bertolucci, il designer di auto Sergio Pininfarina». Steve Jobs (il virgolettato è tratto dalla fortunata biografia autorizzata firmata da Walter Isaacson, Steve Jobs) ascoltò tutti, ma solo a uno di quei tre italiani fece poi la corte: Mario Bellini, il padre del design del primo personal computer al mondo, la P101 del ’65 che la Olivetti oggi riaccenderà alla Triennale di Milano.

 

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La visita di Steve Jobs

«Dopo Aspen — ricorda Bellini al Corriere — Jobs venne a trovarmi per ben due volte. Avevo lo studio in Corso Venezia e lui tentò di convincermi in tutti i modi di lasciarmi portare via per disegnare i prodotti Apple». Il Mac avrebbe potuto essere «designed in California, assembled in China», come si legge sotto i prodotti Apple, ma pensato da Bellini. «Non sono pentito, anche ripensandoci volevo essere un architetto libero, non il disegnatore dei prodotti Apple. Anche in Olivetti non sono mai stato un dipendente, ma un consulente dal ’62 al ’92». Dalla P101 al laptop Quaderno. Eppure in qualche maniera anche i primi prodotti Apple devono qualcosa all’architetto milanese. Non è una forzatura e non è patriottismo à la carte dire che Bellini è l’uomo che ha pensato il computer da scrivania, il cosiddetto desktop: prima della Programma 101 i computer erano degli armadi. Dal suo lavoro avrebbero poi preso spunto tutti. «Prima c’erano solo i calcolatori, la P101 è stata la prima macchina sorridente per l’operatore, la prima che poteva stare su una scrivania». Anche la famosa campagna Apple «Think Different» ricorda quella della P101 «Think Fast». Oggi tra i pc a cui non ha lavorato Bellini apprezza il famoso iMac colorato con cui Jobs rilanciò la Apple dopo il suo rientro nel ‘96: «Era un computer che non ti guardava come una minaccia ma come un compagno».

 
Le opere al Moma

Di quel periodo tra gli anni ‘50 e ‘60, non solo olivettiano, si parla e si scrive spesso con malinconia. Forse non a torto. Era l’Italia capace di indicare la strada al mondo, anche su un’industria di frontiera. La P101, progettata dall’ingegner Pier Giorgio Perotto da cui il soprannome «perottina», fu venduta in 44 mila esemplari. Prezzo: 3.200 dollari, circa 50 mila dollari odierni. Ebbe un enorme successo negli Usa tanto che entrò anche alla Nasa. D’altra parte Bellini è presente al MoMa con 25 opere. Già nell’87 il museo di arte moderna newyorkese gli dedicò una retrospettiva, alla quale arriviamo solo ora in Italia. Un destino che il nostro Paese sembra riservare, con disinvoltura, a molti nostri innovatori. Pochi anni prima, nel ‘59, sempre l’Olivetti con l’Elea 9003 bruciò per pochi mesi l’Ibm 7090 producendo il primo computer con transistori? Quel risultato era stato ottenuto grazie a un italo-cinese geniale, Mario Tchou, che preoccupava l’industria informatica Usa e che morirà giovane sulla Milano-Torino in circostanze mai chiarite. Lo stesso Carlo De Benedetti disse che in Olivetti c’era la diffusa convinzione che fosse stata la Cia. Se pensiamo che il vicentino Federico Faggin ha guidato la squadra del progetto Intel 4004, quella che ha dato la vita al primo microprocessore, da oggi potremo guardare con un altro occhio il migliore amico dell’uomo dopo il cane: il computer.

 

fonte: Corriere.it 

 

 

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