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C’è un incrocio, a Cupertino, dove per anni si sono sfiorati due destini opposti. Da una parte Mariani Avenue, dall’altra De Anza Boulevard. A due isolati, un’azienda appena nata che si chiamava Apple. All’angolo, un edificio con l’insegna di un’impresa che l’informatica l’aveva già inventata prima che diventasse una religione globale: Olivetti.

Non è un aneddoto da conservare in una teca. È una lezione di strategia industriale che meriterebbe di essere studiata con la stessa attenzione con cui si studiano i casi di successo.

Arrivare prima non basta.

Nel 1979 l’Olivetti Advanced Technology Center apre i battenti in quella che ancora non è la capitale del mondo tecnologico, ma sta per diventarlo. Ci arriva un manager illuminato, Enzo Torresi, che intuisce ciò che oggi diamo per scontato e allora era eresia: l’innovazione non si insegue per corrispondenza, si abita.

Da lì escono ingegneri che collaborano con un giovane Bill Joy, futuro cofondatore di Sun Microsystems. Da lì passa un’adesione precoce ad ARPANET, l’embrione di internet, quando la maggior parte del mondo industriale non ne sospettava nemmeno l’esistenza. Da lì nasce, nel 1982, l’Olivetti M20: il primo personal computer europeo, disegnato da Ettore Sottsass, tecnicamente all’avanguardia.

E qui la storia si incrina, nel punto esatto in cui tante storie industriali italiane si incrinano: la superiorità tecnica non basta se il mercato ha già scelto un altro linguaggio. L’M20 non è compatibile IBM, non gira MS-DOS, e viene punito senza pietà da un mercato che nel frattempo aveva deciso lo standard per tutti.

La correzione di rotta, e il tempo che manca.

Quello che colpisce, rileggendo questa vicenda, non è l’errore iniziale. È la capacità di correggerlo. Nel 1984 arriva l’M24, finalmente compatibile IBM, con un processore Intel più potente di quello di Big Blue. Un accordo con AT&T spalanca il mercato americano. Nel 1986 Olivetti è terzo produttore mondiale di PC, primo in Europa. Quasi mezzo milione di macchine vendute in un anno.

È il momento in cui un’azienda italiana avrebbe potuto scrivere un capitolo diverso della storia dell’informatica mondiale. Ed è proprio in quel momento, quando tutto sembra allinearsi, che la parabola si spezza. Non per un crollo improvviso, ma per lo sfilacciarsi lento di una strategia che perde smalto, di una governance che fatica a reggere il passo dopo la stagione di Adriano Olivetti, di un sistema Paese che non protegge ciò che ha costruito.

Il centro di Cupertino si trasferisce nel 1985 in una sede più grande, su Stevens Creek Boulevard. Quattro piani, oltre 14.000 metri quadri. Sembra l’annuncio di un’espansione. È, con il senno di poi, l’ultimo atto. Entro la fine del decennio l’attività si spegne. Quello stesso edificio diventerà, anni dopo, una sede Apple.

Cosa resta, quando resta qualcosa.

È facile liquidare questa storia come un fallimento industriale, uno dei tanti nel lungo elenco delle occasioni mancate del capitalismo italiano. Ma chi lavora ogni giorno a fianco di imprenditori e manager sa che le storie industriali vanno lette più in profondità di come appaiono nei bilanci.

Olivetti non ha sbagliato la visione. Ha capito, con anni di anticipo su quasi tutti, dove sarebbe nato il futuro e ha avuto il coraggio di andarci a costruire un presidio, quando le due sponde dell’Atlantico comunicavano ancora via modem e linea telefonica. Ha sbagliato l’esecuzione sugli standard, il momento in cui tradurre l’intuizione in dominio di mercato. E qui sta l’insegnamento più scomodo per chi guida un’azienda oggi: la visione giusta, da sola, non salva nessuno. Serve la disciplina di scegliere la battaglia giusta al momento giusto, e serve un’organizzazione capace di sostenere quella scelta anche quando il fondatore non c’è più a imporla con la sua autorità morale.

C’è poi una domanda che riguarda tutti noi, non solo Olivetti: cosa succede quando un Paese costruisce un asset strategico e poi non lo protegge? La vicenda di Cupertino non è solo la storia di un’azienda che ha vinto una battaglia tecnologica e perso la guerra commerciale. È la fotografia di un capitale di competenze, relazioni e visione che si è disperso perché nessuno, a livello di sistema, ha ritenuto che valesse la pena difenderlo fino in fondo.

Oggi, mentre l’Italia discute ancora una volta di sovranità tecnologica, di startup, di intelligenza artificiale, di dove si giochi la partita dell’innovazione, vale la pena ricordare che non è la prima volta che ci siamo arrivati per primi. Il problema, allora come oggi, non è mai stato il talento. È la capacità di trasformarlo in eredità duratura, prima che qualcun altro, due isolati più in là, lo faccia al posto nostro.

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